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UNA NUOVA CULTURA DELL’INFORMAZIONE NELL’EPOCA DEI DATI

di Erika Mandraffino, Direttore Comunicazione Esterna, Eni 

 

Chat, social media, app: le tecnologie digitali hanno cambiato le nostre vite in meglio e contribuito al benessere collettivo. Ma a oltre cinquant’anni dalla prima email inviata (1971), sono evidenti anche le minacce che pongono alla tutela dei diritti individuali, tanto che oggi la sicurezza informatica è in cima all’agenda politica. Questioni come privacy, sicurezza, utilizzo spregiudicato di informazioni e tecnologie pongono l’urgenza di ripensare cosa significhi l’etica nell’era del digitale.

Fino a questo momento gli obiettivi di chi gestiva i dati in azienda erano la loro disponibilità e le prestazioni dei sistemi. Lo scarso contatto con le reti esterne, le stesse gerarchie aziendali, l’isolamento delle applicazioni e spesso anche delle macchine erano di per sé sufficienti a proteggere i dati riservati. Questa situazione è stata messa in crisi dall’evoluzione sempre più rapida delle minacce informatiche e dalla forte accelerazione del processo di trasformazione digitale dovuto alla pandemia, trainata dall’esplosione dello smart working. Al tempo stesso, oggi il business richiede flessibilità e integrazione tali da rendere necessario l’accesso ai dati per dipendenti d’ogni livello.

Cambiamenti di questo tipo richiedono un profondo rinnovamento nei modelli di gestione dei dati e nelle procedure conformi al regolamento europeo GDPR (General Data Protection Regulation), oltre ad altre normative in continua evoluzione. Per questo diventa sempre più importante avere una visione precisa sui dati raccolti e scambiati in azienda, sulle applicazioni che li utilizzano e sui sistemi di sicurezza fisici e logici che ne permettono l’accesso alle persone autorizzate, rilevando eventuali violazioni. Solo con una visione strategica sul governo dei dati si possono mettere a sistema la possibilità di ricavarne valore, il rispetto delle normative e la tutela dell’azienda, anche in termini di fiducia del cliente.

Proprio la fiducia è sempre più una fonte di valore nell’economia digitale poiché è alla base della credibilità dell’azienda. Per le imprese, la capacità di proteggere i dati personali diventa un vantaggio competitivo prima ancora di un obbligo giuridico. Trasparenza, chiarezza e controllo sono sempre più irrinunciabili per costruire e mantenere un rapporto con i clienti. Per differenziarsi sul mercato e rimanere competitivi è fondamentale dimostrare di saper gestire i rischi connessi al trattamento dei dati personali, dotandosi di piani di protezione dettagliati, trasparenti e aggiornati. È la nascita di una nuova cultura guidata dall’informazione, da diffondere dentro e fuori l’azienda. 

Invece, per quanto riguarda il settore della comunicazione, la priorità è ripartire dall’utente e dalla sua possibilità di scelta. Solo così si può ricreare un rapporto di fiducia tra consumatori, brand ed editori e ridare slancio all’intero ecosistema digitale. In questo contesto, l’etica del dato diventa un elemento strategico. Rendendo espliciti e trasparenti i modelli di gestione dei dati e offrendo la possibilità di compiere scelte consapevoli, le aziende permettono di capire cosa si sta leggendo. In questo modo i consumatori avranno più fiducia verso il mondo digitale, i brand forniranno comunicazioni rilevanti e gli editori potranno cogliere le opportunità di business.

In una prospettiva più ampia, l’obiettivo è riportare il digitale nel perimetro di ciò che è umano. Paradossalmente, lo possiamo fare solo svelandone il funzionamento tecnologico.

 

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