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TALKING ABOUT

di Stefania Romenti, Professoressa IULM e Pierangelo Fabiano, Segretario Generale ICCH

 

Il legame tra vaccini e rete 5G, o la presenza di scie chimiche in cielo lasciate da aerei commerciali, sono solo alcuni esempi popolari di fake news in cui almeno una volta tutti ci siamo imbattuti. Il paradosso in cui viviamo contrappone da un lato una ricchezza di informazioni senza eguali storici e dall’altro una crescente difficoltà nel distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. La crescente capacità di imitare lo stile giornalistico delle fake news, la loro digitalizzazione e le capacità immense di diffusione offerte dal massivo utilizzo di social media, pongono una crescente sfida a tutti noi comunicatori professionisti.

Il caso forse più eclatante di cui tutti abbiamo memoria e in cui le fake news hanno mostrato la loro pericolosità per le nostre democrazie è quello di Cambridge Analytica, società guidata dal gruppo Strategic Communication Laboratories, che grazie all’accesso ai dati di milioni di utenti Facebook ed ad una combinazione di algoritmi di profilazione e diffusione di fake news, è stata in grado di manipolare il dibattito pubblico sulle elezioni americane nel 2016 (Brown, 2020).

Questo scandalo ha mostrato non solo come i social media giochino un ruolo cruciale nella creazione delle opinioni dei cittadini, ma anche come attraverso l’utilizzo strategico e ragionato di campagne di disinformazione ad hoc sia possibile di fatto influenzare importanti eventi pubblici e sociali, come le elezioni politiche. Eppure, secondo un recente studio sulla manipolazione dell’Oxford Internet Institute condotto dal Professor Philip N. Howard, le campagne di disinformazione sono in aumento, e vengono sempre più utilizzate per screditare oppositori, influenzare l’opinione pubblica, soffocare il dissenso, e influenzare gli affari esteri di paesi rivali (Bradshaw & Howard, 2019).

L’intento malevolo con cui le fake news vengono create e progettate, ovvero la manipolazione di opinioni e comportamenti, colpisce al cuore il corretto funzionamento delle nostre società democratiche. La disinformazione non erode solamente il tessuto dell’informazione pubblica e della fiducia istituzionale, ma va ad intaccare nel più profondo le emozioni, le relazioni fra persone, e i valori tutti delle nostre società democratiche. E’ attraverso le emozioni scatenate dalle false accuse delle fake news, quali la rabbia e l’indignazione, che si generano reazioni emotive estreme nei lettori, le quali poi alimentano e fomentano la polarizzazione delle opinioni, impedendo il vero motore del progresso sociale: il dialogo.

Non ascoltarsi rende impossibile instaurare e mantenere sane conversazioni collettive sulle questioni sociali che ci riguardano come collettività, indebolendo il dibattito pubblico che alimenta e mantiene la Res Publica. La questione vaccinale, come quelle energetiche, pagano lo scotto della fragilità informativa impedendo la creazione e condivisione di una visione comune. Ed è proprio la mancanza di ascolto, la sottrazione della dimensione di comunità in comunicazione il pericolo labile ma nefasto che le fake news prospettano.

Il pericolo delle fake news tocca una questione fondamentale nella trasformazione digitale, ovvero l’utilizzo dei dati online e le sue ripercussioni sulla cybersecurity. Infatti, la fake news viene cucita ad hoc sulla base di dati comportamentali lasciati online, che vengono strumentalizzati per fini politici oppure economici, diventando notizie e banner accattivanti. Il ruolo delle piattaforme è cruciale nel dibattito sull’efficacia e sul contenimento del fenomeno anche per le tracce di fake news che rimangono in rete e che ciclicamente vengono riprese e fatte ricircolare (Tandoc et al., 2018). Il dibattito sui diritti digitali deve comprendere e prioritizzare anche le questioni strutturali ed etiche sulla sicurezza online, la gestione dei dati e il diritto/dovere alla cancellazione delle informazioni false.

Le fake news non danneggiano solo la sfera pubblica ma anche le aziende che spesso sono oggetto stesso di notizie false. Il danno reputazionale e di perdita di fiducia dei consumatori non è mai stato quantificato, ma possiamo assumere che diventerà sempre più ingente. Un prezzo che piccole, medie e grandi aziende, ed eccellenze produttive pagano per una battaglia informativa subdolamente giocata.

Combattere la diffusione delle fake news e i suoi effetti nefasti richiede una sinergia orchestrata tra istituzioni pubbliche, privati e società civile. Tutti e tre i pilastri devono assumere responsabilità e definire azioni che vadano a preservare l’autorevolezza delle fonti, il primato delle competenze e il riconoscimento dello sforzo privato.

Un approccio governativo su più fronti che integri la sicurezza di Internet, la comunicazione proattiva dei cittadini, la formazione digitale dei cittadini e l’alfabetizzazione mediatica insieme ai necessari sforzi di ricostruzione della fiducia istituzionale, potrebbe frenare le notizie false dall’ulteriore alimentazione di paura e incertezza durante situazioni di crisi, come il COVID-19. L’alfabetizzazione digitale (digital literacy) è il primo strumento pubblico che la società ha per creare un sistema resiliente, alla cui creazione, noi comunicatori professionisti, possiamo e dobbiamo contribuire, partendo dallo sviluppo della capacità di comprendere cosa sia la corretta informazione, la lettura dei dati, la verifica delle fonti.

Le campagne di disinformazione su larga scala rappresentano un’importante sfida di coordinamento per tutti i livelli di policy, nazionale e internazionale. La Commissione Europea ha sviluppato una serie di iniziative per combattere la disinformazione come il Codice di condotta sulla disinformazione che stabilisce una serie di standard di autoregolamentazione a livello mondiale per l’industria dell’informazione; redigendo un piano d’azione sulla disinformazione che mira a rafforzare la capacità e la cooperazione dell’UE nella lotta alla disinformazione (European Commission, 2022).

Il piano strategico dell’Unione Europea è chiaro nello stabilire che la disinformazione è un attentato ai valori costituenti dello spirito Europeo, minando il principio stesso di libertà d’informazione e democrazia partecipativa. Pian piano sempre più governi, comuni e organizzazioni non governative stanno disegnando policy per creare un fronte comune.
Infine, come comunicatori professionisti, dobbiamo impegnarci affinché l’informazione etica diventi una premessa non negoziabile e condivisa fra i vari soggetti pubblici, e in particolare gli attori dell’informazione, della politica e dell’economia.

 

Riferimenti
Bradshaw & Howard. (2019) The Global Disinformation Disorder: 2019 Global Inventory of Organised Social Media Manipulation. Working Paper 2019.2. Oxford, UK: Project on Computational Propaganda.
Brown, A. J. (2020). “Should I Stay or Should I Leave?”: Exploring (Dis)continued Facebook Use After the Cambridge Analytica Scandal. Social Media + Society, 6(1), 205630512091388.
Online disinformation. (2022, January 27). Shaping Europe’s
Digital Future. https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/online-disinformation
Tandoc, E. C., Lim, Z. W., & Ling, R. (2017). Defining “Fake
News.” Digital Journalism, 6(2), 137-153
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