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PANDEMIA E GUERRA: LE FAKE NEWS DIVENTANO UN’ARMA

 

di Fabio Tamburini, direttore de Il Sole 24 Ore

Esiste una differenza fondamentale tra le fake news diffuse via internet e quelle invece pubblicate sulla carta stampata: il digitale è un grande fiume in piena, dove tutto scorre, lascia traccia, ma le fake news si possono cancellare. Il danno può essere limitato. Per la carta stampata il danno è più evidente. La “carta canta” e quando una fake news o una notizia sbagliata vengono stampate, rimangono scritte nero su bianco e, con eventuale orrore e raccapriccio, restano nel tempo. Ma va sottolineato il fatto che le fake news rimangono tali qualunque sia il mezzo di diffusione.

Per arginare il fenomeno e guadagnare la fiducia dei lettori è necessario innanzitutto metterci la faccia, principalmente in due sensi: la testata di appartenenza è una garanzia, così come lo è la firma di chi scrive. Un giornale come il Sole 24 Ore dà una doppia garanzia, della testata e del giornalista. Inoltre, il tempo è galantuomo: il lettore con l’esperienza è in grado di apprezzare la garanzia della testata su cui viene pubblicata la notizia.

Segnalo però come la pandemia abbia rappresentato per i giornali che hanno un marchio riconosciuto una rivincita: dopo la pandemia nulla è stato più come prima. Quando le cose vanno bene, una notizia che sia sul digitale o sulla carta stampata “free” non cambia granchè e un lettore è portato a pensare che una sede valga l’altra. Con la pandemia, visto che la posta in gioco era la salute, c’è stata una spinta verso un’uscita dal digitale indistinto e verso una consultazione di ambiti di lettura, su carta o digitale, per cui la testata e la firma del giornalista rappresentavano una garanzia in più. Questo ha significato che in poche settimane le testate tradizionali cartacee e digitali hanno avuto un’impennata delle consultazioni, mentre il digitale indistinto ha visto un ridimensionamento dei risultati ottenuti.

Oggi stiamo vivendo un’altra situazione drammatica ed estremamente complessa. La situazione tra Russia ed Ucraina è un terreno ancora più insidioso di quello che è stato il COVID-19. Nelle questioni di politica internazionale entrano in campo i depistatori di professione. Per cui anche la possibilità da parte dei giornali con marchio riconosciuto di distinguere la verità dalle fake news diventa un esercizio molto più difficile. In circostanze come la guerra in Ucraina abbiamo a che fare con centrali di disinformazione molto strutturate e molto esperte e le fake news possono diventare un’arma di battaglia. Proprio per questo motivo è necessario mettere in campo azioni mirate per difendersi.

I due anni della pandemia hanno rappresentato un terreno di azione delle fake news e di campagne di comunicazione molto raffinate su larga scala, la cui storia sarà tutta da raccontare. Sarà necessario lasciar decantare la situazione. La pandemia ha perso slancio, ma non è ancora un capitolo chiuso e dovremo analizzare nel tempo i meccanismi di comunicazione e informazione che sono stati avviati e che hanno mosso l’opinione pubblica in un senso o nell’altro.

Una riflessione a parte la merita la comunicazione aziendale che si divide in due parti: da un lato ci sono le persone che le campagne di disinformazione le organizzano e dall’altro chi cerca di disinnescarle. In entrambi i casi è necessario investire delle risorse nella buona informazione perché ogni mossa ha un prezzo. “Fake news” è un termine coniato recentemente, ma la disinformazione e i depistaggi fanno parte della storia umana. La migliore garanzia, anche in questo ambito, è data dalla credibilità e dal marchio della testata e dalla firma del giornalista.  

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