L’HO VISTO SU INTERNET

 

di Ludovico Fois, Consigliere per le Relazioni Esterne e Istituzionali e Responsabile Comunicazione di ACI

 

Affrontare il problema delle fake news in questa fase storica, significa porsi di fronte alla matrice di una degenerazione di sistema. Una patologia che compromette non solo la qualità dei modelli informativi e dunque i meccanismi di governance di una società, ma potenzialmente le stesse basi del patto sociale. Non che questo sia un problema solo attuale.

Di fake news – eterodirette dall’alto con preciso calcolo, o generate dal caso e dal basso – è piena la storia. Durante la guerra civile nell’antica Roma, Ottaviano utilizzò contro Marco Antonio notizie false fatte circolare persino sulle monete coniate. Certo, nei tempi antichi un basso livello di cultura generale e la scarsità delle fonti informative rappresentavano il combinato disposto ideale per la diffusione delle fake news, tanto più in un mondo pressoché “immobile e locale”, se paragonato all’ oggi.

Ma questa verità evapora nello scenario odierno. Una società con un livello di scolarizzazione e acculturazione molto più alto e diffuso che in passato. Globalizzata, rapidissima, interconnessa e iperconnessa, dove le fonti informative sono fiorite esponenzialmente, nonché multidimensionalmente. Risulta dunque facile ritenere che sia da ricercarsi propriamente in questo nuovo paradigma, il principale volano dei fenomeni che stiamo vivendo, ovvero che l’avvento massivo del digitale nella nostra quotidianità, ne sia stato il principale agente vettore.

Facciamo un passo indietro. L’esplosione di internet, agli albori, era carica di previsioni virtuose. Una moltiplicazioni delle fonti avrebbe garantito una crescita rapida delle conoscenze e della coscienza critica generale. Sarebbe stato un Eden: tutti informati, democratici, giusti. L’utopia del primo world wide web al suo meglio. Accanto a questa dinamica construens, però, se ne svilupparono anche altre, distorsive del modello che si auspicava di raggiungere. Una prima riguardò l’informazione online.

Persino il giornalismo più quotato, trasferito sul web nella sua declinazione iniziale del free from adv, dovette in parte cambiare pelle, per combattere una asimmetrica guerra delle visualizzazioni. Grandi testate (con parimenti grandi costi di gestione) si trovarono a competere con piccoli corsari, leggeri, rapidi e opportunisti. La guerra dei click portò ad un peggioramento complessivo della qualità informativa online e ad una corsa alla semplificazione e al sensazionalismo dei titoli clickbait, anche laddove non erano mai stati di casa prima. La conseguenza fu una diminuzione del valore attribuito alle notizie fruite in rete e la percezione serpeggiante che le fonti online potessero in qualche modo equivalere.

Questo scenario preparò in parte il terreno per la rivoluzione del web 2.0. I contenuti generati dagli utenti diventarono centrali, creando delle infinite reti di connessione orizzontali. L’informazione orizzontale era stata percepita, almeno inizialmente e da fasce della popolazione meno culturalmente armate, come più autentica (perché in apparenza non eterodirigibile) e dunque veritiera, onesta, definitiva.

Istintivamente, si è portati ad abbassare quella linea di difesa che si erge automaticamente contro le informazioni di fonte ufficiale, sospettose per loro stessa essenza, in quanto provenienti da posizioni di potere.

Terzo ingrediente di questa tempesta perfetta, era stata la caratteristica propria dell’architettura nativa del web 2.0 e dei social media in particolare. Ovvero, il perpetuare intorno all’utente un ambiente a sua immagine e somiglianza. Il meccanismo è ben noto e la conseguenza è stata la creazione di infiniti cerchi di connessione tra omologhi. Questa via porta a corroborare i propri “pre” giudizi, le proprie convinzioni e dunque, inevitabilmente, anche i propri errori. Si crea un ambiente potenzialmente chiuso, asfittico ma attraente, che tende ad espungere il dubbio e la rilevanza della critica, ovvero i principali driver della conoscenza.

E il motivo è semplice, il dubbio rompe l’incantesimo della comfort zone, di uno spazio dove abbiamo sempre ragione, dove siamo noi i giusti, gli esperti, i tribuni applauditi, i vincitori. Le contrapposizioni esistono certo, ma avvengono soprattutto in forma polarizzata, con la radicalizzazione dei faziosismi e questo contribuisce ad alimentare il loop. E cosi il nostro narcisismo viene vellicato e l’autostima cresce più facilmente che nel mondo reale, gratificandoci.

Il problema non è di facile risoluzione, in quanto è lo stesso modello di business alla base che usa le leve primordiali della nostra umanità. Questa impostazione “vende” la nostra attenzione, e dunque quanto più tempo (possibilmente proattivo) dedichiamo e per farlo tocca le nostre corde sensibili. Ecco dunque delineato – per sommi capi – il terreno di coltura più micidialmente efficace per lo sviluppo contemporaneo delle fake news.

Certo, qui parliamo di una patologia di sistema che attecchisce prevalentemente su fasce della popolazione più vulnerabile, ma il rischio è chiaro e le conseguenze evidenti a tutti. Fake news veicolate sui social media hanno contribuito ad orientare il voto della Brexit e a fomentare l’assalto al Congresso americano, solo per citare qualche esempio, per non parlare dei rigurgiti antiscientifici riemersi con il tema vaccinale. Arginare questo fenomeno, riportandolo ad una dimensione fisiologica ed accettabile per una società, rappresenta uno sforzo enorme e multilivello, che richiederà tempo. Serve un lavoro articolato, normativo da parte dei governi e delle istituzioni internazionali, ma anche uno sforzo della classe giornalistica nel suo insieme, che allarghi il suo ruolo di watchdog – anche e soprattutto – in questa direzione, sviluppando poi programmi mirati e diffusi a tutti, di vera e propria alfabetizzazione alla qualità delle notizie.

Contemporaneamente i grandi gruppi editoriali dovranno privilegiare modelli di business (come il paywall) che consentono di attribuire il giusto valore alla qualità dell’informazione. Le big tech mondiali, che appaiono oggi quasi legibus solute, saranno probabilmente spinte a rivedere alcuni dei propri modelli, più dalla pressione dei loro stessi utenti che dalle imposizioni di istituzioni internazionali sempre più disarmate. Progetti e programmi di fake busting realizzati da moltissime aziende sono già in corso, ma rispetto all’immensità del problema sono ancora poca cosa e soprattutto risolvono solo una parte del problema. La chiave principale non è solo filtrare le fake news, ma rendere l’opinione pubblica più consapevole, attraverso un’azione che incida sul singolo individuo, consegnandogli gli strumenti che consentiranno a ciascuno di individuare una falsa notizia.

 

È questo, evidentemente, anche un problema anagrafico: Boomer e Generazione Z hanno generalmente processi informativi e meccanismi di selezione dissimili. E non è un caso che sembrino annidarsi maggiormente tra i primi, le principali – inconsapevoli – vittime/alfieri della disinformazione. È una dinamica che si vede, plasticamente e da tempo, anche nella migrazione da Facebook dell’utenza più giovane verso social come Tik Tok. Il punto è che generazioni differenti si sono trovate d’amblée in un mondo nuovo, istantaneo, complesso, bombardato da input continui e sempre più pervasivi e con un mostruoso tasso di obsolescenza. Una rivoluzione rapidissima e tutt’ora in corso. Una macchina potente come mai se ne erano viste, ma senza il libretto delle istruzioni. Eppure tutti dobbiamo imparare ad usarle, in corsa, anche sbagliando e sperimentando. Perché il “l’ho visto su internet” non equivale affatto al “l’ha detto la televisione” delle nostre nonne.

Usando una metafora, potremmo forse definire questa fase come quella della malattia infantile, per cui dovranno fare, tutti, gli anticorpi. I nativi digitali hanno più facilità di farli in corso di sviluppo, per altri il passaggio è più macchinoso, irto di inciampi e va semplicemente ma decisamente supportato ed aiutato.

 

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