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LETTORI INFORMATI E CONSAPEVOLI SONO IL MIGLIOR ANTITODO ALLA FALSA INFORMAZIONE

 

Intervista a Luciano Fontana, direttore de Il Corriere della Sera

a cura di Silvia Bernardi 

 

Ci sono punti di vista che meglio di altri offrono una panoramica completa e approfondita dei diversi fenomeni. Luciano Fontana, direttore de Il Corriere della Sera, è un profondo conoscitore dell’informazione italiana, capace di leggerne le dinamiche più sottili. In un momento in cui le fake news stanno attraversando l’attualità, prima con la pandemia e ora con il conflitto in Ucraina, fare il punto su quali siano gli ambiti nei quali si sviluppa l’informazione distorta e strumentale, è non solo utile, ma più che mai necessario.

 

Direttore, quali sono gli elementi che le fake news hanno in comune?

Per esperienza quotidiana e per studi che sono stati fatti sul fenomeno delle fake news, in una situazione di normalità queste si concentrano sui fatti di cronaca, politica e su questioni internazionali. Questi sono gli ambiti maggioritari in cui vengono diffuse notizie false, approssimative o qualche volta deliberatamente false. Il secondo ambito è quello medico scientifico. L’esperienza del COVID-19 è stata molto rilevante per la diffusione di fake news, che sono nate dalla contrapposizione di questioni rilevanti: com’è nato il virus? Chi lo ha diffuso? Quali i metodi per arginarlo? La grande questione dei vaccini. Nell’anno appena passato questo è stato l’ambito più rilevante e forte rispetto alle categorie normali che hanno a che fare con la cronaca e la politica. Nella politica le fake news sono normali e hanno origine nella propaganda e nello spirito di fazione. La certezza inossidabile delle proprie idee e la volontà di affermarle in qualsiasi ambito in contrasto anche con la realtà, sono i fondamenti solidi su cui si basano le fake news.

 

Le fake news sono un fenomeno con cui dobbiamo fare i conti e che si acutizza in momenti particolarmente sensibili alle tematiche che toccano da vicino l’opinione pubblica. Come si contrastano?

Non è una questione semplice. Partiamo dal presupposto che le fake news sono sempre esistite, come uffici di propaganda statale, ricordiamo la disinformatia sovietica, ma anche nelle credenze popolari, nelle “chiacchiere da bar”. L’avvento del digitale e dei social media ha trasformato la platea complessiva delle persone che si mettono in comunicazione, come in un enorme bar, in cui si possono dire cose sensate, giuste, che hanno aderenza alla realtà, ma allo stesso tempo si possono fare tantissime chiacchiere. Parlando di social media, che sono enormemente collegati alla diffusione delle fake news, bisogna capire il ruolo di conversazione dei social media rispetto a quello dell’informazione.

Ci sono stati tanti tentativi di contrastare le fake news: un primo tentativo riguardava le piattaforme tecnologiche che trasmettono informazione sui social media, con l’idea che queste piattaforme non possano considerare il loro ruolo neutrale, ma debbano avere nel loro DNA il ruolo della responsabilità editoriale dei messaggi che trasmettono. Il tentativo non ha prodotto il risultato voluto, ma ha ricevuto una certa attenzione. Gli algoritmi hanno agito nei campi più evidentemente contaminati dalle fake news. Affidarsi ad un algoritmo per combattere le fake news è un’idea da una parte poco efficace e dall’altra pericolosa. Gli algoritmi escludono in linea di principio alcuni argomenti che hanno a che fare con il dibattito delle idee e ne fanno passare tanti altri. È stata perseguita anche l’idea di una sorta di bollino blu per le notizie, con la missione dei network di certificare la qualità delle notizie. In qualche modo, anche se parzialmente, questo è stato un meccanismo di responsabilizzazione di chi aderiva a questi circuiti.

Tuttavia, tra il momento in cui una notizia è messa in rete e quello in cui eventualmente verrà certificata – tra l’immissione e certificazione- passa un tempo in cui la notizia potrebbe essersi sparsa per il mondo. Potrebbe crearsi un effetto valanga che nessuno può fermare. Faccio un esempio. Quando ci viene chiesto, noi del Corriere rimuoviamo i pezzi con delle inesattezze, ma quel pezzo inesatto continua a essere dappertutto perché è stato ritwittato, condiviso su Facebook, rilanciato, utilizzato parzialmente per altri pezzi di comunicazione. L’adesione ad un circuito di verifica delle notizie è comunque un’esperienza interessante e il Corriere ne fa attualmente parte. Esiste poi il tema delle sanzioni a chi distribuisce fake news.

Le sanzioni sono azioni ex post che possono rimettere a posto e, ad un certo punto, certificare che la notizia era falsa, ma non rimuovono il danno creato. La Commissione Europea ha discusso di affidare ad un comitato dei garanti il compito di vigilare sulle fake news. Io penso che alla fine sia un fenomeno che, data la dimensione del digitale e il modo in cui permea le nostre vite, sia difficile da arginare e che ha due punti di resistenza molto forti. Il primo è la professionalità di chi lavora in un sistema editoriale che fa della verifica e accuratezza il proprio ruolo, costruendo anche una rete di qualità editoriale che può essere un punto di riferimento di chi naviga. Il secondo punto, ancora più importante del primo, è l’educazione alla verifica, allo spirito critico, alla consapevolezza di quello che si sta leggendo, che deve nascere dalla scuola elementare e proseguire per tutto il percorso di formazione. Deve essere uno dei compiti educativi delle famiglie e della comunità. Io credo che i lettori informati, consapevoli, che sanno come una notizia va valutata siano il migliore antidoto alla diffusione delle fake news. Tutto il resto sono correttivi parziali che spesso mettono una pezza quando ormai tutto è accaduto.

 

Ci sono iniziative, come quella del quotidiano in classe, con cui la scuola si è aperta ad un percorso di formazione di lettori sempre più responsabili e con senso critico nei confronti della verifica delle fonti. Lei parlava del permearsi del digitale nelle nostre vite e di cosa succede quando un articolo viene costantemente ripreso pur quando la fonte lo rimuove. Un tema da affrontare in questo ambito è il diritto all’oblio. Sembra che con il digitale non ci sia più possibilità nè di arginare una fake news nè di scomparire.

È una questione molto dibattuta ed è un punto su cui esiste della legislazione. L’oblio è molto complicato per il digitale, anche se esistono dei professionisti che cancellano le tracce. Per la carta era più semplice la rimozione e l’aggiustamento di una notizia che era parzialmente corretta o che era totalmente scorretta. Per quanto riguarda il mondo del Corriere della Sera e di quello che rappresenta il nostro sistema informativo, quando le questioni sono serie, fondate e verificate, cerchiamo di riconoscere il diritto all’oblio. E’ molto più complicato in una dimensione globale e io credo che questa sia una delle responsabilità che dovrebbero assumersi le grandi piattaforme OTT, che hanno la chiave d’accesso per poter far sì che il diritto all’oblio sia effettivo. Gli Stati – UE, USA, democrazie occidentali – sono quelli che possono convincere le OTT a darsi una regolamentazione. L’Europa in questo campo ha fatto molto di più rispetto  ad altri paesi nel mondo.

 

Le fake news sono diffuse nella politica, cronaca, sanità, ma iniziano anche a invadere il mondo del business. Cosa possono mettere in campo le aziende come meccanismo preventivo per tutelarsi da questo tipo di attività che può una credibilità costruita negli anni.

Anche per le aziende il punto fondamentale per arginare le fake news è la costruzione di un sistema di  informazione molto trasparente e verificabile. Un sistema di comunicazione continuo ed effettivo fa premio rispetto alla disinformazione che potrebbe avere in questo caso obiettivi economici molto forti. Può essere disinformazione mirata. Per le aziende è importante la formazione di una comunità di riferimento di utenti, clienti, cittadini che conoscano effettivamente quello che l’azienda fa, come lo fa, come le filiere siano trasparenti nella costruzione dell’impresa e del prodotto. La consapevolezza e la comunicazione trasparenti sono le armi. Poi ci sono i mezzi legali per difendersi, rivolgersi alle autorità che svolgono regolamentazione in questo campo, ma per fermare l’onda questa è l’unica possibilità.

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