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LA PROVA DELLA COMUNICAZIONE

 

di Denis Simunovic, Ph.D. student presso Università IULM di Milano

 

L’impatto delle fake news sulla società, la democrazia e l’economia toccano al cuore il senso e l’importanza della comunicazione oggi. Il recente Nobel per la pace assegnato alla giornalista investigativa Maria Ressa, per aver scoperchiato come il governo filippino di Duarte usasse i social media per diffondere disinformazione, è il segnale che il problema è serio e può raggiungere caratura umanitaria.

Per i futuri comunicatori è importare comprendere le profonde implicazioni etiche dietro alle fake news, non per nomea di essere ciò che Packard definì persuasori occulti nel ’57, ma per usare la comunicazione come mezzo per il bene comune.
Il caso filippino, così come le propagande elettorali e la disinformazione sanitaria, hanno messo in chiaro che non basta smentire la singola notizia falsa, ma bisogna ragionare sull’insieme di storie che creano le narrazioni del nostro presente.

Le narrazioni sono le lenti con cui guardiamo e interpretiamo i fatti, assemblandoli in una trama di senso compiuto dove pensiamo e agiamo. Le fake news sono inquinamento informativo, che altera la nostra percezione sulle questioni collettive in fatto di politiche pubbliche, sulla fiducia nei media, o sulla legittimità di una azienda. La nostra fame di storie accresce la nostra vulnerabilità a credere a notizie che tanto più confermano convinzioni, idee, stereotipi e visioni semplificate del mondo.

Le istituzioni, i media e le aziende devono usare la comunicazione per arginare non solo i danni alla loro stessa reputazione, ma per rinsaldare il contratto sociale di fiducia reciproca che c’è tra noi e loro, e tra noi e i nostri pari. Nel concreto ci sono diverse mosse strategiche che si possono mettere in campo, e la prima è quella di partire da una risorsa tanto preziosa quanto volatile: i dati.
I dati, la loro raccolta, analisi e comunicazione sono una delle sfide più ardue per i futuri comunicatori. I dati pubblici, governativi, o quelli di una azienda, sono ancora troppo poco usati nella comunicazione, creando un divario che invece avvantaggia chi crea disinformazione.

Chi diffonde notizie false strumentalizza scaltramente questa mancanza, creando contro-narrazioni fattuali distorte, ma altamente efficaci. Per controbattere bisogna cambiare prospettiva, creare una cultura innovativa che non abbia timore ad aprirsi. L’autenticità è l’antitesi della disinformazione, la conditio sine qua non per ogni rapporto di fiducia duraturo con i propri pubblici.

L’autenticità nella corretta comunicazione è la somma di due elementi: trasparenza e accountability.
I fatti vanno comunicati con responsabilità e affidabilità, rendicontando apertamente le fonti. Una comunicazione che mette chiaramente alla luce i dati, raccontandoli con una narrazione emozionale, che riverbera nella community di riferimento, è la prima strategia contro le fake news.

È importante non confondere comunicazione dei dati con comunicazione arida, perché l’elemento visuale è vitale. Le immagini fanno da àncora alle idee, veicolano emozioni e semplificano concetti complessi. I dati non sono la soluzione a tutto, sono politicamente e socialmente condizionati, e richiedono un grande impegno da parte dei loro possessori.

Infatti, non ci può essere comunicazione corretta senza una cultura e alfabetizzazione digitale sufficiente e garantita. Per riparare gli effetti della disinformazione la miglior strategia di lungo periodo è l’educazione: un lavoro corale di formazione della collettività alla lettura di notizie, di fonti e all’uso corretto dei social media. I curriculum scolastici di ogni grado spesso trascurano le competenze di digital e data literacy, che invece sono già parte di diverse sperimentazioni europee.

Le ricerche su questo fronte sono molte, ma quello che emerge ad ora è che nei paesi con maggiore scolarizzazione e alfabetizzazione digitale, il tasso di disinformazione è più basso e la fiducia nelle istituzioni più solida.

Più si lavora alla base, con un approccio dal basso, più la società civile sarà resistente. Le aspettative del pubblico verso le piattaforme digitali, che hanno un ruolo importantissimo nella lotta alla disinformazione, saranno più alte e consapevoli. Purtroppo, la disinformazione funziona bene non solo perché è facile farla, ma soprattutto perché dà gratificazione. Racconta fatti che toccano le nostre emozioni, che sono più accattivanti e semplici.

Spesso la verità è invece molto più complessa, noiosa e meno intrigante di come viene distorta.
Per affrontare questa sfida chi fa comunicazione deve basarsi sempre di più sulla ricerca scientifica, avere una visione di lungo termine, e collaborare a innovare con i dati. Dal provare a risolvere problemi apparentemente impossibili, spesso nascono le innovazioni più avvincenti.

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