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Editoriale 03 – Falsi racconti

Gianni Canova, Rettore IULM
a cura di Gianni Canova Rettore Università IULM

 

Falsi racconti hanno sollevato le folle. Le false notizie, in tutta la molteplicità delle loro forme – semplici dicerie, imposture, leggende – hanno riempito la vita dell’umanità*.

In particolare, per chi fa il mio mestiere, la storia della disinformazione e la storia del cinema si intrecciano indissolubilmente nella notte del 30 ottobre 1938, quando l’allora ventitreenne Orson Welles, sulle frequenze della CBS, scelse di interpretare un adattamento radiofonico del romanzo di fantascienza La guerra dei mondi di H. G. Wells come fosse la radiocronaca in diretta di una invasione aliena nelle campagne del New Jersey.

I resoconti successivi hanno riferito di ascoltatori che, presi dal panico, chiamavano la polizia e abbandonavano le proprie abitazioni in preda ad una vera e propria isteria di massa, e hanno stigmatizzato l’episodio come uno dei più eclatanti esempi di fake news del ventesimo secolo. Ricerche più recenti**, però, basate ad esempio sulle lettere inviate all’emittente radiofonica nei giorni successivi, hanno notevolmente ridimensionato l’episodio e ne hanno anzi ricondotto il clamore alla versione che ne volle dare il New York Times, spinto a ciò non certo da amor di verità, né tanto dal desiderio di “fare notizia”, quanto dalla volontà di screditare come inaffidabile, e anzi addirittura pericoloso, il nuovo mezzo di informazione, la radio, che iniziava a rivaleggiare con la carta stampata tanto nel cuore del pubblico quanto nelle tasche degli inserzionisti.

Una fake news al quadrato, si potrebbe dire; o ancor meglio, la trasformazione di una scelta creativa – al limite riconducibile a una trovata pubblicitaria da parte dell’allora già immaginifico Welles – in un vero e proprio episodio di disinformazione, intesa come diffusione intenzionale di notizie false, o inesatte, o non verificate, con lo scopo di “influenzare le azioni e le scelte di qualcuno” (dal Dizionario Treccani).

Se saremmo tentati di sorridere nel mettere a confronto l’episodio appena ricordato con il vero e proprio caos informativo (‘information disorder’, nella definizione di Claire Wardle) in cui siamo immersi – un disordine che si compone in misura variabile di criminale disinformazione, inconsapevole misinformazione e volontaria malinformazione – in realtà le analogie tra i due periodi sono notevoli: innanzitutto, l’incalzante diffusione di nuove tecnologie dell’informazione – 18 anni separavano la trasmissione di Welles dal primo radiogiornale, così come 18 anni sono trascorsi, nel momento in cui scrivo, dalla fondazione di Facebook -, che richiedevano allora e pretendono oggi nuove e più sofisticate alfabetizzazioni.

Ma soprattutto, ben al di là delle specificità del mezzo – la carta del giornale, le frequenze radio o televisive, l’algoritmo in ogni caso l’errore si propaga, amplifica, vive, infine, a una sola condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. Che si tratti della fascinazione o della paura per l’altro da sé, incarnata nella diffusione della fantascienza agli inizi del ventesimo secolo; che sia il bisogno di ordine e sicurezza che accompagna le incertezze dei venti di guerra e si trasforma in sorveglianza paranoica e diffidenza nei confronti del nuovo; che si tratti della frustrazione sociale ed economica che si traduce in polarizzazione e radicalizzazione, una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono […], [in essa] gli uomini esprimono inconsciamente i loro pregiudizi, gli odi, i timori, tutte le loro forti emozioni, […] è lo specchio in cui “la coscienza collettiva” contempla i propri lineamenti. Se così stanno le cose, l’unica efficace strategia di debunking sarebbe una coscienza collettiva il più possibile pulita. Fuor di metafora e fuor di utopia, un senso critico diffuso ed esercitato, reattivo e pronto a mettere a nudo i propri pregiudizi tanto quanto le mistificazioni altrui; un senso critico alla cui costruzione l’Università italiana deve contribuire.

 

*Tutti i corsivi nel testo sono tratti da M. Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921),
Fazi editore, 2017
** A. Brad Schwartz, Broadcast Hysteria: Orson Welles’s War of the Worlds and the Art of Fake News, Hill & Wang, 2016
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