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Institutional Affairs

Vannia Gava:“Col Pnrr abbiamo scritto e immaginato l’Italia nei prossimi 50 anni”

 

Martina Paiano, Filippo Tamietti, Salvatore Cafà, studenti di Strategic Communication Università IULM, intervistano Vannia Gava Sottosegretario di Stato al Ministero della Transizione Ecologica 

 

La complessità del mondo politico, da sempre, rappresenta un grande ostacolo nella comunicazione tra governo e cittadini. Il PNRR, in questo senso, è un vero e proprio banco di prova: 269 pagine che spiegano come la macchina burocratica italiana impiegherà risorse per quasi 700 miliardi di euro.

Quali sono le misure che il Governo ha deciso di mettere in campo per presentare in maniera adeguata il piano?

 Mi scandalizzo se un normale decreto, per regolamentare un singolo settore, appare così lungo e, dunque, incomprensibile ai cittadini. Meno se stiamo parlando, come facciamo ora, di un documento che non ha eguali per complessità e per capacità di spesa rispetto al piano Marshall che ha ricostruito l’Europa nel secondo Dopoguerra. Col Pnrr abbiamo approvato grandi riforme strutturali e decine di interventi in settori che erano in difficoltà o a rischio, abbiamo scritto e immaginato l’Italia nei prossimi 50 anni. Gli interventi saranno presentati nei diversi settori, ma per consentire al sistema-Paese di metterli a terra nei tempi previsti, abbiamo approvato un corposo pacchetto di semplificazioni che abbatte trafile e procedure, elimina doppi passaggi e finalmente responsabilizza i burocrati.

 Una parte importante delle risorse del PNRR sarà destinata a favore di ambiente e ecosostenibilità, con l’auspicio di un ulteriore impulso alla transizione ecologica nel nostro paese. Ritiene che l’Italia sia sufficientemente matura e pronta ad accogliere un cambiamento di tale portata? Come cambieranno le nostre abitudini e come verrà comunicato questo cambiamento?

 I fondi destinati alla transizione ecologica sono più di un terzo del totale stanziato: si tratta di un investimento senza precedenti, un’occasione unica per far recuperare al nostro Paese degli anni persi per proiettarlo nel futuro, per farlo diventare un paese più moderno e sostenibile.

Dovremmo essere capaci di accompagnare in  questo percorso inevitabile e sacrosanto verso la transizione le imprese come i cittadini. L’obiettivo è quello di rendere più facili e convenienti i comportamenti virtuosi in questo senso la tecnologia ci può essere di grande aiuto. Ci muoveremo dunque sul doppio binario: la comunicazione istituzionale e un sistema di regole ma, contemporaneamente la fiducia nei cittadini e nella loro capacità di seguire  comportamenti razionali.

La buona riuscita del PNRR passa anche da un adeguato intervento nell’ambito della cultura e del turismo. In quest’ottica, il recupero e la valorizzazione del patrimonio artistico rappresentano due assi fondamentali che necessitano di essere adeguatamente proposti ai portatori d’interesse. Quali attività di branding territoriale sono previste per raccontare la rinascita del nostro Paese ai turisti italiani e stranieri?

 Ammodernare il nostro Paese significa non solo renderlo più vivibile per chi già c’è, ma anche attirare nuovi turisti dall’estero. Lavoriamo per valorizzare le risorse ambientali come il mare, ma anche sul patrimonio artistico culturale, sul quale non siamo secondi a nessuno. (Branding territoriale)

Il PNRR prevede la riforma dell’assegno “di ricollocazione”, il lancio del programma nazionale “Garanzia di occupabilità dei lavoratori” e lo sviluppo del già esistente “Fondo nuove competenze”. Questa potrebbe essere l’occasione giusta per creare una rete di servizi che risponda alle esigenze di imprese e lavoratori debilitati durante quest’anno di pandemia. Come si intende comunicare la cooperazione tra servizio pubblico e rete dei servizi gestiti da operatori privati?

Credo da sempre nella cooperazione virtuosa tra pubblico e privato, uno schema che ha dimostrato di funzionare durante questi difficilissimi mesi della pandemia. Abbiamo la possibilità di investire sul futuro e questo significa creare posti di lavoro e dare una speranza e alcune certezze ai nostri ragazzi, che oggi, purtroppo, non li hanno. Il problema dell’Italia che sono stati fatti pochi investimenti in innovazione e che il sistema dell’istruzione ha preparato per molto tempo professionisti non preparati per i “nuovi lavori”, abbiamo allargato anziché diminuire lo “skills mismatch”, cioè la differenza tra quello che offrono i giovani laureati e ciò che chiedono le aziende. Dovremmo far capire che lavoriamo tutti per lo stesso scopo, quello della massima occupabilità e della crescita. 

 

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